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La battaglia di Montaperti

Nel corso delle mie peregrinazioni venni a trovarmi ad approfondire la battaglia di Montaperti un evento militare che tanta importanza ebbe in Valdelsa e la Toscana tutta. Tra gli avvenimenti più gravi e che più seriamente influirono sulle condizioni politiche dell’ Italia e meglio della Toscana, nel secolo XIII, rilevantissimo fra tutti è stata, e con giusto criterio, ritenuta sempre la celebre battaglia di Montaperti, dove si vollero decidere le sorti delle fazioni, che da gran tempo laceravano mi- seramente la repubblica fiorentina, quantunque poi in verità non si ottenesse che un rincrudimento degli odi e delle inimicizie civili con una dolorosa eco per tutta la penisola. Se il partito nazionale o il forestiero vi guadagnassero o vi perdessero, se il trionfo quasi effimero di quest’ultimo vantaggiasse o danneggiasse la patria, se Firenze uscisse da quella catastrofe meglio agguerrita e più dotta per costituirsi in breve come palladio delle libertà dei Comuni contro le prepotenze o imperiali o tiranniche, non vuolsi qui neanche accennare, spettando alla filosofia della storia il giusto apprezzamento dei fatti; certo è che quell’avvenimento è di grave importanza e che lo studiarlo anche nelle sue minime fasi giova alla storia generale, non meno che a quella locale.
In esso ebbe la sua parte anche Castelfiorentino, questo castello dove il 4 dicembre del 1197 era stata giurata la lega guelfa, costituita per ispirazione d’Innocenzo III, tra le principali città di: Toscana nel vicino borgo di S. Genesio, e che però sembrava quasi lacuna delle forze di quella fazione. Anche la sua dipendenza civile dal vescovado fiorentino, fino da quando il vescovo Gottifredo dei conti Alberti ebbe in dono nel 1126 da Zabollina vedova del conte Ridolfo da Catignano, insieme ad altre terre della Valdelsa, pure il borgo e castello di Timignano, faceva di quella terra un luogo d’affezione della parte guelfa, come ebbe a continuare poi, essendo scelto a riconfermarvi quella celebre battaglia nel 1273 per mezzo del vicario del re Carlo di Sicilia, nel 1287, e nel 1299 quando vi si adoperò tanto colla sua ambasciata a S. Gimignano il divino Alighieri. Questo dominio episcopale, contrastato non poche volte dallo spirito d’indipendenza dei terrazzai, era esercitato nel tempo, cui si riferisce questo breve contributo storico, dal vescovo fiorentino Giovanni de’ Mangiadori da S. Miniato, eletto nel 1251 mentre era arcidiacono di Lucca, e vissuto fino al 1274; e per la mitezza del suo governo non meno che per la buona armonia da lui conservata con la potestà della Repubblica, il suo reggimento apparisce buono e senza segni di ribellione, come non ne erano mancati sotto i suoi predecessori Giovanni da Velletri e il pavese Ardingo. Castelfiorentino, retto così a parte guelfa, non ebbe punto a dolersi della rivoluzione accaduta a Firenze nel 1258 quando i ghibellini rimasti soccombenti dovettero esulare e ricoverarsi a Siena; anzi non mancarono alcune lotte anche in questa terra, dove i Navanzati, i Ricoveri, i Senzanome e i Bonamici, parteggiando con altri per i primi, combatterono contro i Guidalotti, i Becchi e gli Alberteschi confederati coi secondi. Tuttavia non rimane ricordo di veruna misura di rigore adottata dal governo episcopale o da quello della repubblica per sopire o almeno dirigere queste lotte di parti; anzi dai documenti risulta che anche in quell’anno il vescovo esercitò regolarmente la sua doppia potestà ecclesiastica e civile sul castello, senza che neanche la repubblica dovesse interporre la sua forza per sedarne le inquietudini come altra volta aveva dovuto fare. Forse guelfi e ghibellini, contentandosi ·per allora del governo, cui si erano abituati, non esagerarono -soverchiamente nelle manifestazioni dei propri favori, e si contennero nei limiti di inoffensive dimostrazioni, rassegnandosi pure alcuni pochi de’ nostri ghibellini aà un esilio, che la speranza doveva anche far parere meno grave, se riguardassero agli avvenimenti del regno di Napoli, dove il ghibellinismo trionfava con Manfredi.
Ma i guelfi di Firenze disturbarono quell’esilio inviando a Siena Albizzo Trincavalle e Iacopo Gherardi, i quali in nome della repubblica chiesero il 2 ottobre dell’anno stesso 1258 che i senesi cacciassero dalla loro città i primari dei fuorusciti, tra i quali alcuni de’ Guidalotti. Siena, o per cavalleresca cortesia, o per amore di parte, non si arrese alle richieste dell’emula città, ma volle rispettate le ragioni dell’ospitalità accordata, porgendo così un motivo a romper la pace giurata solamente tre anni prima, e già messa in gran pericolo l’anno precedente con lo smantellamento di Poggibonsi, la battaglia di Montaperti si avvicinava.
Sul principio del 1260 la guerra contro Siena era già decisa, e mentre i fuorusciti si adattavano per l’accorta furberia di Farinata degli Uberti a ricevere il povero aiuto di cento cavalli da Manfredi, in Firenze si raccoglievano le soldatesche della lega guelfa e dei confederati per venir presto alle mani. Fino dal 9 di febbraio si andava preparando questa prima spedizione; e Castelfiorentino, che nella divisione civile e militare del territorio fiorentino, figurava, quantunque dipendente dal vescovo, nel sesto d’ Oltrarno, vi mandò il contributo de’ suoi soldati e de’ suoi uomini, tra i quali Guido Omodei speziale che venne sostituito tra i Oistringitori e Consiglieri eletti dai capitani il 10 febbraio a Filippo di Niccoletto, che già copriva l’ufficio di rettore della Società del vessillo appartenente al sesto d’ Oltrarno. Anche di Castelfiorentino, che allora stava in Firenze nel popolo di S. Felice in Piazza, nel lunedì 16 dello stesso mese, venne eletto notaro degli ufficiali, che soprintendevano ai guastatori, con incarico di compilare e conservare i registri di quella milizia, di esaminare e ricevere le iscrizioni come anche le scuse degli uomini e di servire in ogni altra cosa che all’esercizio del notariato si riferisse.
La mobilitazione dell’esercito fiorentino durò due mesi (la battaglia di Montaperti era vicina) e solamente il 19 d’aprile fu in grado di mettersi in marcia, trovandosi a Colle di Valdelsa il 21 dello stesso mese. Il 25 si accampava nella villa di Lucciano presso Casole, e il primo di maggio nella villa di S. Regolo della corte di Menzano, dove, la domenica seguente 2 maggio, nella nuova elezione, che si fece dai capitani, venne nominato tra gli altri distringitori delle salmerie un tale Alberto da Castelfiorentino come rappresentante del sesto d’0ltrarno. Dopo la sottomissione di Menzano, di cui il Potestà di Firenze, Iacopo Rangoni, ebbe giuramento di fedeltà il 6 dello stesso mese, l’esercito si inoltrò fino a Verniano nel contado di Siena; finchè passando per l’abbazia dell’Isola e per la villa di Stemennano e Querciagrossa, si fermò sul poggio di S. Martino presso S. Petronilla nelle vicinanze della città. E quivi appunto avvenne una battaglia combattuta il 17 e 18 dello stesso mese, nella quale per l’astuzia di Farinata i pochi tedeschi mandati da Manfredi vennero sconciamente malmenati e la insegna reale fu disonorata dai fiorentini, con rammarico grande del re e con sodisfazione dei ghibellini, che ne speravano un aiuto maggiore per la vendetta. Quantunque la fazione non fosse punto decisiva, i fiorentini si tennero per vincitori, tanto più che i senesi dopo la perdita dei tedeschi non avevano più oltre gente da tenere il campo; onde il Potestà con le sue milizie ritornò quasi trionfante a Firenze. (fine prima parte della battaglia di Montaperti).