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Il paesaggio della Valdelsa

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“Che emozione fu per me l’estate del 1858 quando ebbi modo di vedere il paesaggio della Valdelsa. Da Firenze mi diressi verso Prato, poi Pistoia e sempre vedendo gli Appennini a destra mi diressi verso Pisa, quindi sfruttando la agevole pianura e le navigabili aree paludose puntai verso la Valdelsa alla volta di Castelfiorentino e Certaldo poi sarei andato a San Gimignano e Siena. La Valdelsa fu per me una rivelazione, i campi erano stati mietuti e tutto intorno, persino l’aria, era giallo e ocra; dalle colline più alte lo sguardo spaziava da sud a nord, vedevo scoscesi calanchi, gruppi di cipressi simili a viandanti e spazi immensi che sfumavano, lontani, nel blu. Tutto mi raccontava di Benozzo Gozzoli, di Raffaellino del Garbo e di Leonardo da Vinci. In me la necessità di vedere i luoghi, che poi ritrovavo nelle pale e negli affreschi degli artisti, era pari alla conoscenza delle opere, come se non ci fosse distacco tra la natura e l’opera dell’uomo. In Italia in ogni borgo, in ogni paese, in ogni chiesa e castello sempre ritrovavo gocce d’arte e di storia e il paesaggio della Valdelsa non faceva che confermare questa sensazione e questo mio convincimento a cui si aggiunse una natura lavorata dall’uomo con tale sapienza che diventava arte essa stessa. Che gioia immensa percorrere quei sentieri e quelle strade appena accenate come solo la mano di un pittore riesce a fare e che emozione scorgere paesi e città fortificate che parevano sorgere dalle stesse colline, ho camminato in Toscana con un piacere sempre rinnovato.

Come vorrei consigliare ancora questa pratica che solo in Italia è possibile: andate a piedi a guardate i luoghi dove l’arte è nata sentirete in maniera più forte il perché di quei volti, di quei paesaggi, di quegli scorci. Da noi l’arte è ovunque.”